Metodi di studio: una piccola guida disintossicante

È molto semplice; i capisaldi per un buon metodo di studio sono tre: lettura, comprensione e memorizzazione. Il resto – se non inutile orpello – spesso lo è. Ma anche no. Benvenuti in questa breve trattazione sui metodi di studio.

Questa non sarà una guida minuziosa e puntuale, capace di alludere a un sistema d’apprendimento vero e proprio e nemmeno vuole farlo. Il vero scopo è creare il disincanto e ha l’ambizione di diventare il lavavetri delle vostre cornee per pulire via l’equivalenza che “metodo di studio = meno studio”. Può essere un traguardo, ma non è una cosa automatica e nemmeno facile da raggiungere. Quello che faremo è sottolineare l’importanza del Metodo (estratto da Wikipedia, «le regole e i principi nella procedura da adottare per l’acquisizione della conoscenza e per il conseguimento di un’azione efficace»). Inoltre, da qui fino alla fine sosterremo una tesi sola: l’unico metodo di studio adatto è quello che sceglierete voi stessi, quello da voi ritenuto più adatto. Questa affermazione però non va presa così, a scaffale, a scatola chiusa. Perché deviare è un attimo e presto sarete più sbandati che convinti. Tanto per rimanere incoerenti, segnaliamo subito l’imprescindibile importanza dell’aiuto e il confronto con altre persone; meglio se più esperte e navigate, ispecie se vi colpiscono per la loro efficienza e organizzazione. Per esempio, un feticista dei libri – che non vuole scorgere orecchiette neanche servite sul piatto con le cime di rapa – potrebbe darvi qualche dritta su come trattare il vostro materiale. Da qui poi starà la vostra bravura: raccogliere da più fonti i buoni consigli e separarli dai loro eccessi ossessivo-compulsivi. Così, insieme, potrete abbozzare il vostro metodo Frankenstein: prodotto dall’unione della sana tradizione didattica, dall’aiuto di qualcuno che sa il fatto suo e dalla vostra personale esperienza. A quel punto non resta che dare la scarica per dare vita al mostro.
Prima di cominciare a indirizzarvi sugli specifici aspetti dello studio, guardatevi le spalle da due grandi nemici. Lo zelo e il pressapochismo sono la più strana coppia prima del Mignolo col Prof e dopo Bonucci con Allegri. Nel primo caso, lo zelo vi porterà a investire troppe energie in “trovate” di studio che non è detto siano efficaci e vi renderà così indaffarati che ne trascurerete il vero senso educativo/formativo. Un po’ come la piccola Scout in “Buio oltre la siepe” che veniva messa in punizione da Miss Caroline perché la bambina sapeva già leggere e scrivere, mentre lei voleva che imparasse seguendo il sistema di Dewey [filosofo e pedagogista statunitense, fondatore della “scuola attiva” che punta sull’interesse dei ragazzi e non sullo sforzo imposto dalle autorità… certo è che l’insegnante non ha proprio capito il core meaning di quella dottrina]. Ricordatevi di questo esempio letterario anche per evitare i cattivi maestri. Se invece sarete troppo superficiali e pigri per dedicarvi alla creazione/uso di un metodo, tornerete presto nella vostra dimensione bentonica, come quei cetrioli di mare in attesa che precipiti sul fondale qualche gettone di intelligenza. Laggiù, se sarete fortunati, potrete vivacchiare di nozioni spicciole, scampoli di memoria e qualche fortunata botta di c**o. Non ve lo auguriamo

LEGGERE

Estratto dal fumetto“Macerie Prime” di Michele Rech, alias Zerocalcare.

La scrittura è il supporto hardware del sapere. Non è casuale che il più comune disordine dell’apprendimento sia appunto la dislessia, ovvero l’incapacità congenita di elaborare i fonemi nella conversione visivo-verbale delle lettere. Per loro, il metodo – integrato dai riassunti delle mappe concettuali – è il miglior amico e alleato. Farsi venire in antipatia il leggere (e lo scrivere) è un autogol clamoroso. La lettura non è noiosa. I contenuti possono esserlo.
A volte – quando un libro è scritto veramente male! – non c’è proprio scampo. Un lettore esperto lo capisce subito. Abituato con dimestichezza a compiere il salto dalla lettura all’elaborazione semantica, l’esperto riconosce se quest’ultima diventa difficoltosa per pastrugni grammaticali o strani giri di parole per cui senso del discorso affoga nelle subordinate del periodo. La colpa non sarà del lettore, ciononostante per andare avanti dovrà fare uno sforzo ulteriore. Ma non è detto che lo faccia poiché il principio sostenente che qualcosa scritto male sia anche insignificante è valido nell’80% delle volte. Se si vuole scrivere qualcosa di importante non la si cestina via con una tiritera incomprensibile. Ovviamente, la complessità del contenuto ha un impatto in tutto ciò; ma per imparare a discriminare tra un argomento difficile e uno trattato coi piedi la soluzione è solo una: leggere, leggere, leggere. E di tutto. Fumetti, romanzi, riviste divulgative, manga, sottotitoli dei film in lingua originale, siti internet, enciclopedie, riviste pulp, quotidiani, e – perché no? – anche i libri di scuola. Ovviamente, avendo occhio di scegliere cose ben scritte. Se un argomento piacevole trattato con tutti i riguardi dell’ortografia e della lingua, è bello due volte.

COMPRENDERE

La comprensione procede mano nella mano con la lettura. Ma una è mamma e l’altra è figlia: la comprensione e le sue gambette corte spesso inciampano su qualche concetto obbligando la premurosa lettura a torna indietro in soccorso finché lo scoglio viene superato. Succede sempre così. Si hanno due scelte: quella appena descritta, oppure l’approccio a scadenza. In questo caso, la lettura riveste il ruolo donna in carriera e procede dritto per dritto indaffarata col cellulare all’orecchio fino all’ultima pagina assegnata, e la comprensione si rassegnerà al suo destino finché qualche buon samaritano (tipo una bella insufficienza) non avviserà la distratta madre a tornare sui suoi passi. Per questo nelle marce di gruppo, per evitare che quest’ultimo si divida in più tronconi, il più lento dà il ritmo. La comprensione ha i suoi tempi e bisogna rispettarli (anche se un po’ di pressione fa sempre bene). Inoltre, non va solo aspettata, ma gli va dato modo di manipolare il sapere; cioè di “giocare” con le novità e con ciò che è già stato appreso esattamente come una bambina appena scarta una Barbie la presenta alle altre decapitate dal fratello. Per tornare all’analogia precedente della lettura/mamma, immaginiamola seduta alla panchina al parco-giochi mentre la comprensione/bimba scorrazza su e giù tra altalena e scivolo, divertendosi e irrobustendosi.
Certo, il grado di comprensione tra le diverse materie non è uguale, tra compagni tutti ci arrivano allo stesso modo. A volte – e ci tengo a sottolinearlo –, senza l’aiuto di qualcuno che in ambito già ci vede chiaro, certe cose diventano quasi impossibili da decifrare. Per questo non bisogna avere paura di chiedere.
Concludo il paragrafo con un tremendo slogan : “Comprendere aiuta a comprendere”. Se un aspirante elettricista non ha chiaro cosa sia l’intensità di corrente figuriamoci se saprà cosa sia il voltaggio.
Capito? Se non avete capito, tornate indietro e rileggete.

Nota – L’uso rassicurante di esempi, metafore, similitudini varie aiuta, ma in realtà è un’arma a doppio taglio. Ennio Flaiano diceva: «Se lei si spiega con un esempio non capisco più niente!». Questo per ricordarvi che l’esempio non può sostituirsi a quello che sta cercando di spiegare. L’unico modo è – alla fine – capire.

MEMORIZZARE

Come cantava Elio “Mi ricordo del presente/ Solo che non serve a niente”. La memoria rende accessibile ciò che abbiamo imparato. Una cosa ben imparata è facile da rievocare, diversamente diventa sempre più probabile dimenticarla. Nello studio, la memoria è quella che più di ogni altra ne determina l’utilità. Se infatti ci ricordassimo di ogni cosa, che bisogno ci sarebbe di studiare? Gran parte delle incertezze degli studenti ruotano intorno a questa domanda: «Letto l’ho letto, capito l’ho capito, ma riuscirò a ricordarmelo?».
Nel colorato mondo ormonale delle scuole medie-superiori (e pure quello universitario) non si tiene il conto delle strategie capaci di ottenere miracolosi effetti sulla memoria; tipo pizzini chilometrici, cellulari stealth, farmaci omeopatici, riti satanici, cocktail a base di bevande energetiche mischiate col sangue di gallo. In realtà non esiste una soluzione perfetta. Dal punto di vista cognitivo, la memoria è un processo legato in gran parte al ruolo dell’ippocampo, a sua volta “eccitato” da molte componenti mesolimbiche tra cui il circuito dopaminergico della ricompensa e l’amigdala (innesca la paura). Tradotto, siamo animali emotivi più che razionali. Fondamentale, quindi, diventa lo stare bene e avere un setting confortevole per studiare. Questo non può essere deciso da altri che da sé stessi. Certo, un ambiente deprivato come una sala-studio garantisce una giusta assenza di distrazioni, ma può generare anche un senso di noia, impoverisce le sensazioni, oltre magari a impedire di leggere ad alta voce o di assumere posture troppo “svaccate”. Bisogna mediare le diverse necessità.

Nota – L’unica grande strategia che ci sentiamo di proporvi è quella di avere un ruolo attivo nei confronti dello studio. Quando si interviene in un contesto poi è più facile ricordarsi di averci svolto un ruolo. Un’ attività semplicemente “reattiva” come ascoltare muti la spiegazione di un professore potrebbe non bastare. Perciò chiedete, prendete appunti, riflettete, leggete ad alta voce, discutete… Più il cervello è attivo, più è facile memorizzare quello che si sta facendo. Nessuno si ricorda mai quello che si fa in un momento di noia (a parte quello che si cerca di fare per rompere la noia). Tenete conto che adottare strategie “di conforto” come studiare assieme a un amico (alcuni sono più adatti di altri) o con del sottofondo sonoro di proprio gusto ha un costo in termini di tempo ed energie, anche se alzano la qualità emotiva dello studio. Il talento sta nelle scelte: decidete quanto e come privilegiare l’aspetto ricreativo.

IL TEMPO (Bonus track)

Perché in fin dei conti un buon metodo di studio non vi promette che potrete imparare ogni cosa. Vi promette che potrete imparare qualcosa con un uso efficiente delle proprie energie e risorse. E la più importante di tutte è proprio il tempo. Quando Richard Porson disse che una vita era troppo corta per imparare il tedesco forse non esagerava. Una citazione forse migliore è di Barbalbero ne “Il Signore degli Anelli – le due Torri”: «…noi non diciamo mai niente se non vale la pena di prendere mooooolto tempo per dirla [una parola in Entese, ndr]». Le persone consapevoli dei propri mezzi sanno stimare le loro necessità temporali. E la capacità di programmarsi, di sperimentare il pieno controllo di sé – scusate – non è poco. Se vorrete, lo imparerete.

 

 

 

 

 

 

 

Scrivi un commento